Project Description

Dal Piemonte verso l’Europa: la pittura di Pietro Sassi e Pinot Gallizio

Periodo di apertura: Dal 19 maggio al 19 giugno 2017

Vernissage: 18 maggio 2017, ore 18.00

Introduzione

A separarli c’è un secolo di distanza, scandito da due guerre mondiali, dalla rivoluzione delle avanguardie, dalla radicale trasformazione sociale, economica e culturale che ha interessato il loro Paese d’origine, l’Italia, e l’Europa intera. Eppure la pittura di Pietro Sassi ( 1834 – 1905 ) e di Pinot Gallizio ( 1902 – 1964 ), entrambi piemontesi – il primo di Alessandria, il secondo di Alba – sembra accomunata da una caratteristica peculiare della loro pratica artistica: la convivenza dell’attaccamento viscerale alla propria terra d’origine, alle sue tradizioni, ai suoi costumi, con una sperimentazione aperta alle istanze della cultura figurativa europea, a loro coeva, più avanzata.

Se, infatti, Sassi, poco più che trentenne, dopo un primo periodo di formazione svolto nella sua città natale e a Torino, viaggia per l’Europa seguendo le tappe formative dei pittori di paesaggio della seconda metà dell’Ottocento, toccando dapprima Ginevra, dove frequenta lo studio di Alexandre Calame, quindi la Savoia e, per ultimo, Parigi, dove, nel 1865, soggiorna per un mese, visitando musei ed esposizioni; Gallizio, dal canto suo, farà di Alba un laboratorio di sperimentazione creativa capace di mettere in contatto il piccolo centro del cuneese con alcuni protagonisti della neoavanguardia europea.

Ad Alba, infatti, nel 1955 fonda con l’artista danese Asger Jorn e Piero Simondo, il Laboratorio Sperimentale del Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista, sede di ricerca artistica ed elaborazione teorica, la cui attività risulterà fondamentale per la creazione dell’Internazionale Situazionista che lo stesso Gallizio fonderà nel 1957, con, fra gli altri, Guy Debord, Michèle Bernstein, Ralph Rumney e Constant.

La Galleria Ottocento celebra questi due importanti artisti piemontesi con una doppia esposizione, allestita in occasione dell’inaugurazione di una nuova sede espositiva, sistemata accanto allo storico locale sito nel centro storico di Roma, pensato come spazio riservato ad una contaminazione fra la pittura da cavalletto dell’Ottocento e la ricerca di nuovi linguaggi espressivi deflagrata nel Novecento, mettendo in dialogo la ricerca di artisti, lontani per formazione, cultura e sensibilità, ma capaci di incarnare, con analogo talento e furore creativo, il genio italico.

La mostra “Un bisogno ossessionante di cosmo”. Dal Piemonte verso l’Europa: la pittura di Pietro Sassi e Pinot Gallizio si configura pertanto come un percorso costruito su due binari paralleli, lungo i quali, si snodano due significativi percorsi artistici. Da un lato, la pittura ad olio, protesa alla ricerca di soluzioni formali che esaltino i raccordi formali del paesaggio, adottata da Pietro Sassi, si squaderna nella serie di impressioni dal vero eseguite nella città eterna, dove nel 1875 il pittore di Alessandria si trasferisce definitivamente. Dall’altro, le resine plastiche, i pigmenti metallici, le tempere grasse, sismografi del vorticoso ductus pittorico delle opere di Gallizio realizzate nei primi anni Sessanta, rivelano, come scrisse la grande critica d’arte Carla Lonzi, “un bisogno ossessionate di cosmo”. La stessa ricerca di infinito che anima le vedute di una “Roma sparita”, quella dipinta da Pietro Sassi dalla terrazza del suo studio, dal cuore dei monumenti di età imperiale, dagli scorci ariosi e sconfinati della periferia cittadina e della campagna laziale.

Ad arricchire il percorso espositivo, al fine di documentare il milieu artistico frequentato dall’architetto Marta Lonzi, dalla cui collezione proviene l’intero corpus delle opere di Gallizio in mostra, alcuni lavori realizzati da Carla Accardi ed Enrico Castellani, fra i quali spicca la Lampada A. L. 70, un doppio cilindro di metacrilato serigrafato realizzato dalla Accardi proprio in collaborazione con la Lonzi nel 1970.

Biografie degli artisti in mostra

 

 

 

 

 

Pietro Sassi ( Alessandria 1834 – Roma 1905 ) si mantiene agli studi grazie ad un sussidio annuale che il municipio di Alessandria gli concede tra il 1862 ed il 1865, garantendogli anche uno studio presso il collegio maschile comunale. Nel 1862 è a Torino ove conosce Massimo d’Azeglio, rimanendo influenzato dal suo paesaggismo romantico. Viaggia per l’Europa seguendo le tappe formative dei pittori di paesaggio: prima a Ginevra, dove frequenta lo studio di A. Calame ( 1863 ), quindi in Savoia e per ultimo a Parigi nel 1865, ove soggiorna per un mese visitando musei ed esposizioni. I progressi compiuti in direzione di una nuova pittura di paesaggio sono evidenti nelle sue opere di quegli anni come Dintorni del lago di Ginevra o Veduta del Lago Lemano presso Vivey del 1864. Tornato in Italia si stabilisce ad Alessandria e, a partire dal 1866, insegna ornato presso la scuola serale Società Operai Uniti; esegue le decorazioni ed i paesaggi a tempera del Gabinetto del sindaco e della Sala delle adunanze del Palazzo Comunale. Alla fine degli anni Sessanta va ad abitare a Milano e nel 1875 si trasferisce definitivamente a Roma ove si fa notare per l’intensa attività espositiva nelle annuali rassegne della Società degli Amatori e Cultori, sostituendo via via ai soggetti nordici le ariose visioni di Roma e della sua campagna.

 

 

Pinot Gallizio ( Alba 1902 – 1964 ) è stato uno dei protagonisti della ricerca europea tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Chimico – farmacista, erborista, cultore appassionato di ricerche archeologiche, geologiche ed etnografiche, Gallizio incontra e pratica la pittura negli ultimi dieci anni della sua vita. Nel 1957 è tra i fondatori dell’Internazionale Situazionista, cui contribuisce con la teoria e la pratica della pittura industriale, strumento capace di infliggere, come scrive Michéle Bernstein, “il colpo di grazia alle piccole glorie del cavalletto”. I suoi lunghi rotoli di pittura industriale, destinati a essere tagliati e venduti a metro, danno vita nella Caverna dell’antimateria, allestita a Parigi nel 1959, a un ambiente avvolgente e polisensoriale, ricco di riferimenti scientifici e antropologici. Nei primi anni Sessanta la pittura di Gallizio approfondisce il tema del segno, ora declinato in termini narrativi, ora esplorato in chiave materica e gestuale, in assonanza con l’apertura dell’informale alla cultura orientale. L’ultima stagione coincide con una nuova fase di ricerca, pienamente in linea con i mutati orizzonti delle esperienze artistiche internazionali. Ne sono espressione i neri quadri – oggetto del 1963 – 64, così come l’opera – installazione Anticamera della morte, anch’essa dominata dal nero, che riassume e suggella l’intero arco dell’esperienza artistica ed esistenziale di Gallizio. Dopo la personale del 1960 allo Stedelijk Museum di Amsterdam, la sala che la Biennale di Venezia gli dedica nel 1964 vale come omaggio e riconoscimento del rilievo internazionale della sua opera.