Project Description

Antonio Sanfilippo (Partanna 1923 – Roma 1980), Senza titolo

Tempera su cartoncino di cm 100 x 70 firmato (Sanfilippo) e datato (1963) in basso a destra, con autentica rilasciata da Archivio Accardi Sanfilippo, Roma, curato da Antonella Sanfilippo.

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«Quanto sino ad allora era stato rigore, implacabilità quasi della nuova ‘realtà’ (del tutto indipendente ormai dal referente naturalistico e dal successivo processo di astrazione operato nei suoi confronti) che la pittura concreta pretendeva per sé, quant’era stato assioma e certezza, s’incrina, adesso, e si sperde: come quei residui di un eroso geometrismo che ormai più raramente appaiono, ‘figure’ adesso incerte e frananti, assediate dal fondo chiaro che ovunque le assale, nella spazialità sommossa del dipinto. Si slabbrano e fremono, quei corpi smagriti e violati da un’accelerazione franta del fare pittorico: smarriscono l’integra purezza plastica d’un tempo, l’impenetrabilità dei corpi all’aria che li circonda; ed è in questa foga prima sconosciuta che s’annida prima, poi prende forma definitiva, quel modo che di qui a poco sarà detto il “segno” di Sanfilippo» (Fabrizio D’Amico).
Proprio di quel “segno”, al quale Sanfilippo, tra i fondatori nel 1947 del gruppo Forma 1 con P. Dorazio, A. Perilli, P. Consagra e G. Turcato, approda nel biennio ’53 – ‘54, lasciando dietro di sé il concretismo di matrice cubista e costruttivista, l’opera qui presentata costituisce una prova superlativa: emerge il concetto di spazio elaborato dal pittore siciliano, uno spazio “da riempire, da popolare, da infittire: con un horror vacui che è prima di tutto amore per la forma originaria”.

Antonio Sanfilippo

L’opera, percorsa da piccole campiture di colore, da una foresta di simboli cromatici, deriva dalle riflessioni elaborate da Sanfilippo dopo il secondo viaggio a Parigi, effettuato nel gennaio del ’51 con Carla Accardi (che aveva sposato nel settembre del ’49), durante il quale, non solo riscopre la poetica di Arp e Kandinsky, ma conosce personalmente Hans Hartung, la cui influenza risulterà decisiva per la sua pittura, e Alberto Magnelli, che già gli è ben presente, almeno dal ’48.
La sua ‘figura’ più tipica, costituita da una sorta di nuvola o galassia di segni minuti e coloratissimi ai quali affida la sua prima notorietà in campo anche internazionale e che presenta in numerosissime mostre in Italia e all’estero, è l’assoluta proagonista di questo capolavoro eseguito nei primi anni Sessanta.