ALESSIO PONTI

galleria d'arte

Ottocento - Pittura e Scultura del XIX secolo

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Acquistiamo opere di Enrico Coleman ( Roma 1846 - 1911 ).

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Biografia a cura di Maurizio Berri

COLEMAN Enrico, pittore (Roma 1846 – 1911). Figlio del pittore inglese Charles e della bella modella di Subiaco Fortunata Segatori, fin da giovanetto Enrico accompagnava il padre – uno degli artisti più originali ed innovatori della pittura romana di paesaggio dell’Ottocento – nelle lunghe peregrinazioni artistiche e venatorie attraverso l’Agro romano “maturando nell’animo – come scrive P. A. De Rosa – quella profonda sensibilità verso la natura che sarà una delle costanti  più originali del suo mondo interiore prima e della sua arte poi”. Niente accademia quindi, come erroneamente scritto sul suo conto, ma apprendimento naturale per lui e per il fratello Francesco alla scuola del padre, tanto da fargli affermare: “Quel poco che faccio è frutto spontaneo di ciò che credo una malattia ereditaria”. Conserverà sempre lo stato di suddito britannico, anche se trascorrerà l’intera sua vita a Roma. Sembra priva di fondamento la storiella di Diego Angeli in base alla quale le critiche suscitate dal suo quadro di esordio, Mandria di bufali, lo spinsero per un certo periodo a seguire le orme di Fortuny, dipingendo ciociarette, cardinali e moschettieri. Da radicato naturalista qual era (fu tra l’altro membro del CAI ed appassionato floricoltore di orchidee, che dipinse in bellissimi acquarelli), Enrico non scelse mai questi soggetti a protagonisti della sua pittura, per cui è probabile una certa confusione con i quadri del fratello Francesco, che si cimentò sovente in questo genere alla moda. Soprannominato dagli amici il “birmano” per il suo carattere mite e contemplativo, da subito si da a battere l’Agro, in compagnia dell’amico Calandi, ispirandosi agli stessi temi del “decano” Giuseppe Raggio. Esordisce nel 1871 alla Mostra organizzata nella Casina del Pincio dal Circolo Artistico Internazionale. Nel 1876 viene nominato Vice Segretario dell’Associazione Artistica Internazionale (Presidente e Vice Presidente erano rispettivamente due affermati pittori: Scipione Vannutelli e Carlo Pittara), dopo che l’anno prima era entrato nella Società degli Acquerellisti. Fa parte della In Arte Libertas di Nino Costa sin dal momento della sua costituzione (1885) e nel 1902 viene nominato Accademico di San Luca. Nel 1904, presente alla storica cena dei fondatori del Gruppo dei XXV nella locanda Il Pozzo di San Patrizio, viene nominato seduta stante dagli amici Capoccetta a vita, in riconoscimento unanime del rigore morale della sua pittura. Sono gli animali i veri protagonisti del mondo colemaniano: i cavalli, assurti a simbolo della forza vitale; i bufali ed i buoi che, come acutamente osserva P. E. Trastulli, “hanno la plastica solidità della scultura”; i cani, le pecore, gli asini, sino ad arrivare alle galline. L’uomo è, rispetto al paesaggio e agli animali, una presenza secondaria; l’ultimo arrivo nella grande composizione del creato. Rimasto celibe, da uomo schivo e metodico qual era, dedica tutto il tempo disponibile alle sue tre grandi passioni: la pittura, la caccia e l’alpinismo, oltre, ovviamente, alle serate passate con gli amici all’amatissimo Caffè Greco, ove lascia in ricordo un bel dipinto ad olio. Come studio continuò ad usare assieme al fratello Francesco quello storico del padre in Via Margotta 33. Stroncato da una brutta pleurite, muore nella sua casa (villino Ferrari) la mattina del giorno di San Valentino (14 febbraio) del 1911. La salma verrà poi trasferita dal Verano al Cimitero Acattolico di Testaccio ove, cinque anni dopo (26 maggio 1916), gli amici del Gruppo dei XXV scopriranno un cippo dedicato alla memoria dell’indimenticato maestro. Artista versatile trattò con successo sia l’olio che l’acquarello, raggiungendo però in quest’ultima tecnica un’efficacia rappresentativa da meritargli fama internazionale. Riuscì bene anche nell’affresco come stanno a dimostrare le 29 lunette nell’atrio del Villino Durante, noto chirurgo e senatore del Regno.

 

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